Intervista a Fabio Calvetti (terza parte)

I. A partire dai primi anni ’90 la sua attività espositiva si è svolta prevalentemente all’estero. Per quali motivi?

F. C. Di fatto è stata una scelta obbligata dalle difficoltà che un giovane artista ancora poco conosciuto aveva a rapportarsi con le gallerie più inclini a puntare su artisti già affermati. Per contro all’estero ho trovato maggiore disponibilità a considerare l’opera e non il nome. E’ stato il caso della Francia, dove ho vissuto un’esperienza importante anche da un punto di vista umano. Ho collaborato infatti con un piccolo gruppo di artisti, che volevano promuovere l’arte a Perpignan e nel Roussilon mediante scambi con artisti internazionali. Furono loro a contattarmi perché avevano visto mie opere in alcune gallerie. Ricordo tanti bei momenti mentre trascorrevo alcuni giorni con loro a discutere di questioni artistiche e intanto presentavo le mie opere in mostre personali in località come Toulouse, Bages ma anche una volta a Mannheim in Germania. Si trattava di un legame libero, in cui ci piaceva condividere esperienze e passioni.

I. Un altro Paese che l’ha vista spesso esporre in quegli anni è il Giappone.

F. C. Sì, e in questo caso tutto è nato grazie al gemellaggio in corso tra il Comune di Certaldo e quello di Kanramachi, cittadina a 150 kilometri da Tokio. Nel 1991, all’interno di uno scambio culturale, ho potuto fare una mia personale non solo a Kanramachi ma anche a Yokohama e Tokio. Ricordo che a Tokio era ospitata in una importante galleria privata, la Inginza, e così a Yokohama. Quando, presentando il proprio lavoro in un contesto così lontano, riscontrai grande attenzione e apprezzamento per la mia opera, decisi di continuare la mia avventura in quel Paese.. Cominciai a prendere contatti con quel mondo e a propormi come artista ad alcune gallerie. Da qui nacquero in quel periodo eventi per me importanti, tra cui altre due personali a Tokio.

I. Si è mai chiesto le ragioni del suo successo nel Paese del Sol Levante?

F. C. Da subito ho ammirato quel popolo perché ha una grande attenzione per le varie forme artistiche… Ho notato poi che i giapponesi dividono nettamente la cosiddetta arte tradizionale, caratterizzata dalla loro tecnica legata alla carta di riso e colori minerali, da quella cosiddetta occidentale che ha libertà di tecnica, e tra le due non è previsto nessun tipo di intersezione. Ritengo che una forte curiosità possa aver destato l’opera di un artista italiano, rappresentante di una cultura da loro molto considerata. Dai tanti colloqui che ho avuto con critici locali, galleristi, collezionisti, ho potuto poi capire che esiste una certa vicinanza tra il mio modo di intendere la struttura compositiva dell’opera, che elimina ogni ridondanza per concentrarsi sull’essenza delle forme, e che trova riscontro nel minimalismo che io conferisco alle mie composizioni, con il loro gusto artistico. Dal punto di vista cromatico poi la presenza del colore rosso nelle mie opere può essere per loro evocativo perché richiama il simbolo nazionale, la bandiera, di cui è al centro.

I. E in quel periodo è avvenuto il suo incontro con un importante gallerista giapponese.

F. C. Esatto, si tratta di Shiraishi Yokio. Era il 1997 e mi sembra interessante raccontare come questo sia avvenuto. Shiraishi aveva visto per caso un mio quadro a casa di un pittore giapponese con cui avevo un’amicizia. L’aveva subito notato a apprezzato fino al punto di venirmi a trovare a Certaldo. Inizialmente io non avevo percepito la sua vera importanza nel panorama del mercato giapponese; mi colpì comunque il fatto che lui era partito apposta da Tokyo in compagnia della sua segretaria per raggiungermi in Italia nel mio studio. Appena ebbe visto nel complesso la mia produzione artistica, Shiraishi non solo mi propose di presentarla nella sua galleria ma anche di partecipare ad un progetto che stava elaborando, il World Artist Tour, in cui aveva inserito opere di artisti del calibro di Tom Wesselmann, George Segal,, Robert Kushner, Sandro Chia. Gli artisti di questo progetto, oltre a partecipare alla mostra collettiva, dovevano poi circuitare con mostre personali in varie località del Giappone.

I. Mi sembra di capire che questo sia stato un momento cruciale per la sua carriera.

F. C. Sì, perché è stata una consacrazione, un riconoscimento indiscutibile della validità del mio lavoro. Inoltre questo mi ha permesso di rimettermi in gioco nel contesto italiano con una diversa caratura e con una giusta considerazione da parte di galleristi e critici. Questo si aggiungeva ad alcune esperienze espositive molto particolari, per così dire esotiche, che ho fatto in quegli anni. Ricordo con particolare piacere una mia mostra all’isola della Reunion, dove tra l’altro ho avuto la possibilità dopo tanti anni di tenere uno stage ai locali studenti della Scuola d’Arte. Altrettanto particolare è stata l’esposizione che ho fatto a Noumea in Nuova Caledonia.

I. Ma anche in Italia in quegli anni, con la fama che stava crescendo, l’attività è stata intensa.

F. C. In effetti ho avuto tanti contatti, che mi hanno portato a fare anche mostre di rilievo. Su tutte mi viene da ricordare una mostra a Firenze nel 1998 presso la Galleria Tornabuoni e una nell’anno successivo presso la villa Campolieto a Ercolano curata dal critico Angelo Calabrese. In quel periodo poi sono entrato in contatto con un importante critico d’arte, Carmine Benincasa, con cui ho organizzato una mostra ben articolata presso la stessa galleria Tornabuoni.

I. Ha citato alcuni importanti contributi critici. Come vive i rapporti con la critica?

F. C. Da molti punti di vista mi ritengo fortunato. Di solito non mi sono limitato ad affidare a un critico la redazione di un testo sulla mia opera, ma per lo più ho collaborato nella concezione di un percorso, che ha dato vita a mostre e a studi correlati. Però, una volta realizzato il progetto, mi piace confrontarmi e collaborare a nuove esperienze. Per cui di fatto, a parte il caso eccezionale di Giovanni Faccenda che ha curato due miei importanti cataloghi, ho sempre preferito mettermi alla prova confrontandomi con nuovi punti di vista critici.

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